Genoma Stories

Le domande che pongono le “gemelline CRISPR”

Pubblicato il 6 Maggio 2019

Di Pietro Greco – La condanna è stata pressoché unanime, dopo che il 26 novembre 2018 il ricercatore cinese He Jiankui ha annunciato la nascita di due gemelline cui aveva “riscritto” il DNA quando ancora erano allo stato embrionale. C’era un obiettivo terapeutico, a suo dire: eliminare geni che rendono gli umani suscettibili di contrarre l’AIDS in seguito all’attacco del virus Hiv.

La condanna è stata pressoché unanime e lui ha perso il posto di lavoro perché i genetisti e di tutto il mondo gli rimproverano di essere intervenuto sulla linea germinale delle due bambine, rendendo la modificazione genetica ereditabile e, dunque, trasmissibile alle future generazioni.

In realtà, He Jiankui è stato anche accusato di aver agito da solo, senza autorizzazioni e senza aver sottoposto il suo progetto a una preventiva valutazione scientifica ed etica.

Non pare che lo scienziato abbia violato alcuna legge cinese, ma nonostante ciò ha perduto il lavoro. Forse perché il governo di Pechino non ha voluto essere coinvolto in un’accesa polemica proprio mentre cerca di sfidare gli Stati Uniti e imporsi come prima potenza scientifica (e biotecnologica) del mondo, anche offrendo posti di lavoro ben remunerati in avveniristici centri di ricerca aperti anche a studiosi stranieri. Per assumere questa posizione – per diventare gli Stati Uniti del XXI secolo – la Cina sa che deve mostrarsi al mondo come una potenza saggia e responsabile.

E se per farlo ha bisogno di sacrificare l’improvvido signor He Jiankui, poco male.

E, tuttavia, sbaglieremmo a considerare questo un problema interno alla comunità scientifica cinese. Non fosse altre perché He Jiankui si è difeso sostenendo che altri ricercatori, anche occidentali, lo hanno aiutato. E che lui, prima di agire, è andato per conferenze internazionali a sostenere l’opportunità di usare la nuova tecnica di editing genetico, la CRISPR/Cas 9, per finalità non solo di ricerca, ma cliniche. Per curare o per prevenire malattie. E, dunque, avrebbe agito perché il clima all’interno della comunità scientifica era tendenzialmente favorevole al suo progetto.

Aveva torto o ragione He Jiankui in questa sua chiamata, diciamo così, di correità? Una qualche solida base di appoggio doveva pur averla, il ricercatore cinese, se è vero che alcuni ricercatori, per esempio negli Stati Uniti, sono stati associati alle ricerche che hanno portato alla nascita delle due gemelline private dei geni che predispongono all’AIDS.

Ma se tutto si esaurisse nel comportamento di He Jiankui e di pochi altri suoi colleghi, anche occidentali, resteremmo nell’ambito della patologia della scienza che coinvolge singoli ricercatori. Come ogni comunità umana, anche in quella scientifica ci sono devianze. Che, in genere, vengono scoperte e sanzionate. Malgrado tutto, quella scientifica è una delle comunità umane con un uno standard etico individuale molto più elevato della media.

Tuttavia di recente l’inglese Donna Dickenson e l’americano Marcy Darnovsky hanno sollevato, sulla rivista Nature Biotechnology, un problema più generale, riassunto molto bene nel titolo del loro intervento: Did a permissive scientific culture encourage the ‘CRISPR babies’ experiment? È stato forse un clima culturale permissivo a incoraggiare l’esperimento delle “bambine CRISPR”? In altri termini, non è che la comunità scientifica è tendenzialmente favorevole o, comunque, non scoraggia del tutto interventi sul genoma, fosse anche sul genoma delle linee germinali?

         Donna Dickenson e Marcy Darnovsky sono evidentemente contrari a questo tipo di interventi. E si richiamano sia alla Declaration on the Human Genome and Human Rights dell’UNESCO sia alla Convention on Human Rights and Biomedicine del Consiglio d’Europa che proibiscono o, almeno, scoraggiano fortemente simili interventi. E tuttavia, sostengono i due ricercatori, il clima sta cambiando. E puntano il dito in particolare sul rapporto pubblicato nel luglio 2108 in Inghilterra che, a loro dire, non solo incoraggia l’editing genetico anche a livello di linee germinali, ma non esclude affatto anzi giustifica appieno l’utilizzo in questo senso della CRISPR/Cas 9 anche da parte di aziende private. Sarebbe, a loro dire, una porta aperta alla commercializzazione del DNA riscritto.

Naturalmente il tema è di estrema complessità. Chiama in causa problemi che al MUSE abbiamo più volte sollevato: per esempio quelli sul riduzionismo e sul determinismo genetico. Ma la domanda principale ha una natura etica: è lecito intervenire con tecniche di riscrittura genetica sulle linee germinali, correndo il rischio che eventuali conseguenze indesiderabili ricadano anche sulle generazioni future?

Fino a oggi la domanda sembrava essenzialmente accademica. Ora assume una drammatica attualità. Ora abbiamo la concreta possibilità di farlo.

Ma conviene?

Molti scienziati e molti medici sostengono che il no a questa domanda non è poi così scontato. Se avessimo il modo di eradicare terribili malattie e fatte salve le condizioni di sicurezza dei nascituri, delle loro madri e nei limiti della ragionevole certezza, perché no?

Altri invece sostengono che raggiungere la ragionevole certezza che non vi siano rischi per le future generazioni – rischi che magari oggi non vediamo – è molto difficile. E quindi deve prevalere un principio di precauzione.

Non prendiamo posizione. Non ci schieriamo. Anche perché su questi temi non bisogna schierarsi, ma riflettere con pacatezza. Ma è questo il punto su cui forse Donna Dickenson e Marcy Darnovsky hanno ragione. Non basta dire “occorre discutere”. Bisogna anche dire chi, dove e quando può discutere. E con quali poteri.

A ben vedere questo è il grande nodo da sciogliere nell’era della domanda emergente dei nuovi diritti di cittadinanza. E non è un nodo da poco. Anche perché lo sviluppo incessante di nuove conoscenze e di nuove applicazioni tecnologiche mettono fretta. Una gran fretta.

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